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Dello
stesso viaggio potete leggere anche:
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La voglia di
viaggi e di arrampicata ci porta
sempre in luoghi lontani
e sconosciuti; alcune foto di picchi granitici uniti ai ricordi di una
famosa canzone di Vecchioni ci hanno condoto nell'Agosto del 1998 in
Pamir
Alai, non lontani dalla mitica Samarkanda, sul confine delle neonate
repubbliche
del Kyrghystan, Uzbekistan e Tadjikistan.
Compresa tra la Valle di Lyalyak, famosa per le competizioni russe
di alpinismo, e quella di Karavshin, dove numerose cordate europee
hanno
salito bellissime big-wall d'alta quota, avevamo scoperto esistere
un'intera
lunga vallata, quella di Ortochasma, di cui nessuno sapeva niente,
nessun
riferimento sulla bibliografia reperibile, nessuna foto, nessuna salita
segnalata! La nostra fantasia si immaginava già bellissime guglie
granitiche tutte da esplorare e salire!
I locali si dimostrano subito cordiali, espansivi e disponibili: i
giovani che ci accompagneranno come conduttori dei cavalli da soma ci
aprono
le loro case e ci accolgono come amici.
Con queste ottime premesse iniziamo il nostro giro dalla valle di
Lyalyak,
per poi superare il Passo di Aktubek a 4300 di quota e quindi
raggiungere
la valle di Ortochashma. Ma ahimè, questa volta ci va male: di pareti
granitiche neppure l'ombra, incontriamo solo conglomerato e sfasciumi,
niente a che vedere con le belle strutture arrampicabili che andiamo
cercando.
Passato il primo momento di delusione dobbiamo prendere una decisione:
tornare indietro o proseguire "accontentandoci" di un trekking
(peraltro
in un'ambiente finora bellissimo)? Ma consultando la cartina cirillica
con i cavallanti apprendiamo che con altri due lunghi giorni di cammino
potremmo raggiungere la famosa valle di Ak-Su (Karavshin), dove il
granito
e' garantito! Ed è cosi' che ci troviamo al campo base di
Ak-Su.
Da questa esperienza traiamo anche la certezza che gli amici cavallanti
siano i piu' grandi camminatori tra tutte le genti conosciute nei
nostri
viaggi: una volta pattuito il prezzo giornaliero, dopo la tipica
contrattazione,
hanno inserito la marcia accompagnandoci senza il minimo problema alla
meta prefissata, con ammirevole costanza e corretteza nei
rapporti.
Al campo base di Ak-Su, situato in una piana verdeggiante e molto
rilassante,
ci informiamo sulle intenzioni degli altri gruppi presenti, e ci
guardiamo
intorno cercando i nostri possibili obiettivi: parecchie vie sono gia'
state tracciate sulle magnifiche strutture della valle da squadre russe
ed occidentali, ma rimane ancora molto da fare.
La regione di Karavshin e' anche famosa per i lunghi periodi di bel
tempo estivo, e le riviste specializzate nominano spesso il suo "clean
blue sky"... Quest'anno invece, sara' per il Ninjo o per qualche altro
demone dell'aria, piove tutti i giorni! Per la seconda volta in pohi
giorni
dobbiamo fare buon viso a cattiva sorte, ed invece delle big-wall
inesplorate
dei nostri sogni, affrontiamo gli avancorpi della Russian Tower e della
Central Pyramid: pareti comunque rispettabili di 600 e 400 metri, di
facile
accesso, prive di grandi pericoli oggettivi e ritirate problematiche,
ma
soprattutto ricche di belle possibilità su ottimo granito.
Scorrono così sotto le nostre mani trenta tiri di fantastica
arrampicata libera, mediamente di 6a/6b con punte fino al 6c/7a,
distribuite
su tre vie nuove: "The missing mountain" è dedicata alla montagna
fantasma che abbiamo inizialmente inseguito, "A better world" è
ispirata dalle discussioni con i nostri amici kyrghysi a proposito di
un'improbabile
mondo migliore, ed infine "Take it easy" è la filosofia con cui
abbiamo affrontato questa indimenticabile avventura.
Sicuramente di questo viaggio ricorderemo tanto le salite quanto le
piacevoli serate al campo base con Artyk, nostro interprete/guida, che
diceva sarebbe tornato a casa con meta' testa italiana, l'amicizia con
Danier, Ranger, Amur Timur, Japar e le loro numerosissime famiglie, che
ci hanno lasciato una grande lezione di ospitalita' ed
umanita'.
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